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QUANDO I CIECHI GUIDANO I CIECHI

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ciechi guidano ciechi Se la società è strutturata in forma piramidale è necessario che coloro che stanno al vertice e che detengono il potere siano migliori rispetto a coloro che stanno alla base, altrimenti i ciechi guidano i ciechi… e se un cieco guida un altro cieco cadono ambedue in un fosso[1].

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«Dunque dal gruppo dei guardiani occorre scegliere quelli che, a nostro avviso, offrano la garanzia di compiere per tutta la vita con il massimo zelo ciò che essi riterranno l’interesse della città, e invece si rifiutino assolutamente di nuocerle.» (Platone, La Repubblica, Libro III, XIX).

Si sa, la politica in Italia è una zuffa selvaggia, un parapiglia indecente. L’«ognuno per sé» tipico della mentalità italiana si traduce politicamente nell’ambiguità, nella meschinità: i partiti si fanno la guerra e a farne le spese è la nazione. Sabotandosi a vicenda, spargendo veleni a raggiera, una classe politica incurante e viziata sabota il paese. Se qualcosa non funziona, in Italia bisogna rivolgersi al Gabibbo oppure a un ex-comico divenuto capo di un gruppo parlamentare populista. I rappresentanti delle istituzioni chiedono ai cittadini di fare «sacrifici» (= tasse) e nel frattempo il Quirinale «grava sulle tasche dei contribuenti per più di 200 milioni di euro all’anno, ossia quattro volte Buckingham Palace, il doppio dell’Eliseo francese e ben otto volte il cancellierato tedesco»[2]. La Nazione è in ginocchio e tutto quello che il governo riesce a fare è ridurre del 25% le «auto blu» e vendere tre dei venti aerei di stato. È la Repubblica delle Banane e l’intero sistema è paralizzato dagli egoismi personali. Il premier fa quello che può. Il guaio è che ha le mani legate. Infatti il problema è strutturale.

Questo ci porta a parlare dei leader e della questione circa la loro idoneità.

i-ciechi-che-guidano-altri-ciechi     Carlyle dice che «nessuna epoca sarebbe mai caduta in rovina se tutte avessero potuto trovare un uomo abbastanza grande, un uomo abbastanza saggio e abbastanza abile: tanto saggio da poter discernere che cosa fosse veramente necessario alla sua epoca, tanto abile da saperla guidare sulla retta via.»[3] Evidentemente, oggi, uomini di questa tempra non sono facilmente reperibili. Probabilmente, se ce ne sono, visto l’andazzo hanno deciso di dedicarsi ad attività più costruttive della politica.

     Pur non analizzandone le cause «cosmiche» come altri filosofi (da noi Julius Evola in Rivolta contro il mondo moderno e René Guénon in La crisi del mondo moderno, per esempio) nel secolo scorso Günther Anders ha colto in pieno il lato oscuro della modernità e cioè la desensibilizzazione morale collettiva, il fatto che viviamo in «un’epoca che ci preclude il “diritto alla cattiva coscienza” e che atrofizza la nostra capacità di provare il senso di colpa»[4], segnalando un’urgenza etica ben determinata. In ambito politico, il problema principale è che attualmente la gerarchia non si costituisce secondo criteri razionali quali la saggezza, l’onestà, il livello etico e – usiamo questa parola anche se sa un po’ di New Age – «evolutivo» dei singoli individui – oggi questi fattori non sono tenuti in nessun conto – ma si costituisce secondo criteri diversi, secondo una logica che è quella dell’ambizione, del «favore» e del tornaconto personale, ragion per cui i vertici della gerarchia – anzi, delle varie gerarchie, giacché ve n’è più di una – sono occupati da soggetti inadeguati alle posizioni che ricoprono e non all’altezza delle funzioni a cui sarebbero adibiti.

Parabola dei ciechi che guidano altri ciechi     Ora consentitemi di essere naïf, utopico, coglione… tutto quello che volete… e di dire chiaro e tondo che a noi servirebbe la repubblica dei filosofi di Platone, la «sinarchia» di Saint-Yves d’Alveydre, il tribunale degli Anfizionii dei tempi leggendari di Orfeo[5]. Le stanze del potere dovrebbero essere frequentate dalle grandi anime, dai saggi, dai sapienti, dai giusti, dai virtuosi, da personalità di grande statura morale come furono Pitagora, Gesù e Apollonio di Tiana, da menti degne e illuminate come furono quelle di Dante e di Goethe. Invece le stanze del potere sono infestate dai faccendieri, dagli intrallazzatori, dagli arraffoni e dalle mezze cartucce. Sulle poltrone siedono gli opportunisti, le cattedre sono assegnate ai traffichini e negli studi ovali bazzicano i pescecani. I re sono alcolizzati, i politici puttanieri, i potenti indifferenti… e così fra i parlamentari, più che proposte costruttive, circolano escort e cocaina.

 La Rochefoucauld La fatica di diventare migliori    Si dice che Alessandro Magno fosse iniziato ai Misteri di Samotracia e che anche Numa Pompilio, il secondo re di Roma, non fosse digiuno di insegnamenti di questo tipo. Dal canto suo, Pitagora realizzò qualcosa di simile alla repubblica dei filosofi a Crotone, anche se solo per un breve periodo, quando istituì un consiglio supremo costituito da trecento «iniziati»[6], e molte città dell’Italia del sud fiorirono splendidamente conformandosi alle prescrizioni dei pitagorici. Inoltre, sebbene l’utopia platonica non sia mai stata realizzata, ci sono stati perlomeno alcuni governanti, re e imperatori che hanno avuto il buonsenso di circondarsi di saggi consiglieri: Alessandro accolse i precetti di Aristotele e le freddure di Diogene; Dionigi il Giovane, sovrano di Siracusa, ricevette gli insegnamenti di Platone, ed Epaminonda quelli di Liside, allievo di Pitagora. Vi fu poi il saggio indiano Fraote, re di Tassila[7], che fu istruito da Apollonio di Tiana, il quale consigliò anche Vespasiano prima che diventasse imperatore.[8] L’imperatore Gallieno e sua moglie Salonina invece non mancarono mai di onorare Plotino.[9] Enrico VIII ebbe come mentore Thomas More, anche se poi lo fece decapitare. Lorenzo de’ Medici ispirava il suo governo alla filosofia neoplatonica e si faceva consigliare da Marsilio Ficino. Elisabetta I d’Inghilterra aveva John Dee e Rodolfo II d’Asburgo riempiva la corte di astronomi, occultisti, astrologhi e alchimisti. Ma per lo più i saggi, i giusti e i puri erano personaggi «scomodi» in quanto si opponevano sia all’egoismo dei sovrani che alla volgarità della massa, sicché venivano calunniati, osteggiati, ridotti al silenzio, imprigionati, banditi, arsi vivi o impiccati. Così Pitagora fu cacciato da Crotone dalla furia di un demagogo[10], Socrate fu condannato a morte dall’areopago di Atene, Gesù fu crocifisso, Dante fu esiliato, Giordano Bruno fu bruciato sul rogo, García Lorca fu fucilato, Dino Campana fu rinchiuso in manicomio, Pasolini fu assassinato, Julius Evola fu spacciato per un fascista da due soldi e Plotino per un copione[11].

     Oggi come allora, gli uomini di potere si comportano come bambini egoisti e capricciosi, e avrebbero bisogno di essere educati dai sapienti e circondati dai saggi, affinché diventassero saggi essi stessi. Se Tony Blair o George W. Bush avessero avuto accanto il loro Merlino forse si sarebbero comportati diversamente. E che dire di Berlusconi? A lui ne sarebbero serviti dieci, di Merlini, e anche un paio di Girolami Savonarola e un bel François de La Rochefoucauld[12] in supplemento, a ricordargli che «la passione fa sovente un pazzo dell’uomo più abile, e spesso rende abili i più sciocchi.»[13]

Agorà      In India i brahmani[14], ancora più degli altri, sono tenuti a seguire il dharma (virtù).[15] Chi si trova al vertice della piramide sociale ha il dovere di sacrificare i propri interessi personali o per lo meno di porli al di sotto degli interessi della collettività, ma oggi, a destra come a sinistra, si fa a rovescio, al punto che a tutti i nostri presidenti, ministri, senatori, parlamentari, dirigenti e governanti sarebbe bene ricordare le parole di Alice Bailey: «…quando il bene comune entra in conflitto con il vostro bene o successo personale, sta a voi sacrificarvi, e non sacrificare gli altri»[16]. Purtroppo, come la stessa Bailey ammette, «questo concetto di servizio è naturalmente in aperto conflitto col modo di vedere comune, fatto di competizione e di egoismo, generalmente mostrato dall’uomo medio.»[17]

   Platone  Il problema è che le guide delle nazioni e i potenti del mondo, che dovrebbero dare l’esempio e condurre le masse sulla strada dell’evoluzione, sono a un livello evolutivo ed etico uguale o in molti casi inferiore a quello delle masse stesse, ed è proprio il caso di dire che i ciechi guidano i ciechi. Ma se un cieco guida un altro cieco cadono ambedue in un fosso[18]…e difatti siamo caduti tutti nella fossa della crisi economica e in altre fosse di altro genere. Dominati come sono dalle passioni e dagli interessi personali, i nostri leader non danno certo il buon esempio. Inquinati dalle meschinità e dalle debolezze delle persone comuni – avidità, orgoglio, lussuria, brama di potere e così via – essi sono per lo più inadatti a guidare i popoli e a detenere il potere. Non possono essere dei validi leader, perché

     Chi non ha ordine dentro di sé non l’imporrà ai circostanti…[19]

     Non tutti sono versati a governare e solo chi possiede un grado di purezza superiore alla norma può attraversare incorrotto l’esperienza del potere. Se la società è strutturata in forma piramidale allora è necessario che coloro che stanno al vertice e che detengono il potere siano qualitativamente migliori rispetto a coloro che stanno alla base (le masse). Questa è precisamente la struttura della società tradizionale – ciò che dovrebbe essere e che al momento, purtroppo, non è – e se ne vedono gli effetti – giacché, seguendosi in quest’era dominata dall’ignoranza di tutto ciò che non si può vedere né toccare criteri del tutto esteriori, adottandosi metri di giudizio quantitativi anziché qualitativi, è frequente trovare al vertice della piramide sociale individui che dovrebbero occuparne la base e viceversa. Basta che ci guardiamo intorno: a governarci sono i meno illuminati, i meno saggi, i meno evoluti e cioè quelli che sono avidi di potere e di ricchezze.

 René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi.     Guénon può ben dire che viviamo nel «Regno della Quantità»[20]; il problema principale è la dominante cultura materialistica innesca una sorta di «selezione naturale» sulla base di criteri puramente quantitativi (per esempio il denaro o l’immagine). Su queste fondamenta, non può edificarsi altro che la plutocrazia, e difatti è esattamente questo che abbiamo oggi in tutto il mondo: una plutocrazia che non rispetta l’individuo e che nei momenti più difficili cerca sempre e solo di salvare se stessa.

     In quest’ottica, persino il democratismo e la concezione egualitaria su cui oggi tanto si insiste non possono che essere elementi deleteri, giacché nelle questioni che interessano una nazione o un popolo l’individuo più gretto e meno progredito ha voce in capitolo tanto quanto il più grande dei sapienti. Lo dicevano anche i pitagorici: «È da stolti tener conto di ogni opinione – senza riguardo per chi la esprima – e soprattutto di quella manifestata dai più, perché formulare pensieri e concepire opinioni correttamente è proprio di pochi, vale a dire, com’è chiaro, di coloro che sanno: e questi appunto non sono numerosi.»[21]

     «Che vedete mai nel mondo moderno?» scrive Annie Besant. «Le Nazioni vanno sperimentando un governo dopo l’altro, poiché più non esistono quei divini Re d’una volta, capaci di dirigerle sulla via della prosperità, della felicità. Esse tentano di riparare alla perdita di questi Re divini col darsi un re dalle molte teste che si chiama Popolo; invece di essere governate da possenti Iniziati, esse hanno il cosiddetto governo liberale, la democrazia – come se col moltiplicare l’ignoranza per un fattore abbastanza grande si potesse ottenere per prodotto la sapienza.»[22]

     L’ottuso, cieco materialismo che caratterizza quest’epoca di ignoranza e confusione fa sì che i nostri leader politici siano per lo più inadeguati e – quel che è peggio – che gli «elettori» non dispongano di strumenti che permettano loro di riconoscere coloro che sarebbero validi leader, tantomeno di conferire il potere a questi ultimi. A questo punto, non resta che sperare nella comparsa di un dittatore illuminato (in senso buddhista) oppure – so che mi ripeto – in una repubblica dei filosofi composta da sapienti e da filantropi che governassero per il bene della collettività e non per curare interessi propri o di partito.

     Confucio ha scritto: «Gli antichi principi, per far rifulgere le virtù naturali nel cuore di tutti gli uomini, per prima cosa si applicavano a ben governare il loro principato. Per fare questo, prima mettevano ordine nella loro famiglia. Per fare questo, prima perfezionavano la loro persona. Per perfezionare la loro persona, prima correggevano il loro cuore.»[23]

     Oggi più che mai c’è bisogno di qualcuno che sappia distinguere il bene dal male. In questo senso, l’ingerenza di Papa Francesco nelle «questioni di Stato» non può che essere estremamente feconda, e del resto di recente ne abbiamo avuto un esempio lampante in relazione alla questione siriana e alla diatriba fra Barak Obama e Vladimir Putin intorno alla necessità di «punire» il regime di Bashar al-Assad per l’uso di armi chimiche, allorché il Santo Padre ha cercato di impedire l’intervento bellico americano e con esso un conflitto dagli esiti potenzialmente disastrosi. Sarebbe anzi opportuno che anche il Dalai Lama e altre personalità «illuminate» si interessassero a tali questioni e facessero sentire la propria voce. Infatti, essendo dediti alle «cose spirituali» e quindi – almeno presumibilmente – meno sensibili agli interessi personali, questi leader dovrebbero essere in grado di capire meglio degli altri che cosa è giusto fare e qual è, nelle situazioni di crisi, la soluzione più vantaggiosa per l’umanità nel suo complesso e non soltanto per una parte di essa. In tempi in cui, come già scriveva Montaigne, «non si trovano più azioni virtuose» e «quelle che ne hanno l’apparenza non ne hanno però l’essenza, poiché ci inducono a compierle il guadagno, la gloria, il timore, l’abitudine e altrettante cause estranee», c’è bisogno di leader che sappiano che «la virtù non riconosce null’altro che ciò che si fa per mezzo di essa e per essa sola.»[24]

Pitagora     Spirito e materia, Qualità e quantità… Virtù e fortuna per gli antichi romani… Oggi l’intera società è sbilanciata, focalizzata com’è solo sul secondo di questi «poli» o «aspetti», e i nostri leader, designati secondo la fortuna più che secondo la virtù, ne sono un esempio. Ebbene, è necessario che ricominciamo a considerare la virtù non come qualcosa di astratto, bensì come un valore reale, misurabile, quantificabile nei suoi effetti. L’accesso al Parlamento, alla Camera e al Senato dovrebbe esser consentito solo ai saggi, ai mansueti e ai giusti, non ai predatori e alle nature basse. Qual è l’insegnamento di Pitagora secondo Giamblico? «Nell’ambito poi dei politici, (Pitagora) prescriveva ai legislatori di astenersi dalla carne degli animali. Dal momento che era loro intenzione praticare la perfetta giustizia, era ben necessario che non recassero oltraggio agli esseri viventi con noi imparentati. Perché come avrebbero potuto persuadere gli altri a essere giusti, quando proprio loro erano preda dello spirito di prevaricazione?»[25]

     Ebbene sì: i nostri capi di stato e i nostri politici – come minimo – dovrebbero essere vegetariani. Invece sono praticamente dei cannibali. Ma solo a colui che non è soggetto alle passioni dovrebbe essere consentito di stare alla testa degli altri, di decidere della sorte dei suoi simili. Dice Confucio: «Se un uomo sa governare se stesso, quale difficoltà avrà a governare lo stato? Ma chi non sa governare se stesso come potrà governare gli altri?»[26]

     Preposti a dirimere le controversie che sorgevano fra i cittadini, nell’antichità erano i giusti e i sapienti. Essi erano tali in virtù di una condotta ineccepibile e rispettosa della vita in tutte le sue manifestazioni, di una sensibilità etica e civica che li dotava di un senso di giustizia pressoché infallibile, di una visione obiettiva e imparziale, di lucidità e di chiarità di ingegno. Giamblico racconta che alcuni seguaci del «chiomato di Samo»[27] ricoprirono la carica di politici e di dirigenti, e dice: «Alcuni di essi infatti custodivano le leggi e amministravano le città d’Italia, mostrando nel loro comportamento, e consigliando agli altri, quanto reputavano rappresentasse il meglio, e inoltre evitavano di mettere le mani sulle entrate della comunità.»[28] Altro che il finanziamento pubblico ai partiti, vi pare?

     Secondo Pitagora, il primo tra i mali che usano insinuarsi nelle case è la lussuosa mollezza[29]. E che dire dei nostri politici che si crogiolano nel lusso e nei privilegi? e della maggior parte dei portaborse e degli aspiranti parlamentari che sin da giovani ostentano modi da intrallazzatori e sguardo rapace? Schiavi del denaro, del sesso e dell’ambizione. Il Paese è in mano a questa gente. Ciechi che guidano altri ciechi. Questa è la situazione… e non vale certo solo per l’Italia.

Erich Fromm, Avere o essere     Erich Fromm parla del «divario tra avere autorità ed essere un’autorità», e ricorda che «l’autorità razionale si fonda sulla competenza, e aiuta a crescere coloro che a essa si appoggiano», mentre «l’autorità irrazionale si basa sul potere e serve a sfruttare la persona che a essa è asservita.»[30] Egli sostiene inoltre che una autorità autentica e genuina deve essere fondata non solo sulla competenza ma anche «sulla vera essenza di una personalità pervenuta a un alto grado di crescita e di integrazione», e dice: «Persone del genere irradiano autorità e non sono costrette a impartire ordini, a minacciare, a corrompere; si tratta di individui altamente sviluppati i quali dimostrano, con ciò che sono – e non principalmente con ciò che fanno o dicono –, quello che gli uomini possono essere.»[31]

     Fromm ironizza sul fatto che nel mondo le cose stiano in maniera assai diversa chiamando «lotteria dei geni» l’autorità monarchica e notando che nel moderno sistema democratico accade di frequente di imbattersi in «autorità elette sulla scorta della loro maggiore o minore fotogenia o della quantità di denaro che possono investire nella propria campagna elettorale»[32]. Infine avverte: «Il re (…) può essere idiota, perfido, malvagio, vale a dire del tutto incompetente a essere un’autorità, eppure ha autorità.»[33]

Leader     A tutto ciò si aggiunga il livello altissimo della tecnologia e l’imponenza dei mezzi a disposizione dei leader delle nazioni e ci si potrà fare un’idea del pericolo a cui è esposta l’umanità. Basta pensare alle armi di distruzione di massa di cui i governi di molti Paesi dispongono per capire che è come se qualcuno avesse dato dei fucili carichi in mano a dei bambini. Come ricorda Erich Fromm: «Quando, nel 1952, si recò a Oslo a ricevere il Premio Nobel per la pace, Albert Schweitzer esortò il mondo a “osare di guardare in faccia la realtà… L’uomo è divenuto un superuomo… Ma il superuomo con il suo sovrumano potere non è pervenuto al livello di una sovrumana razionalità. Più il suo potere cresce, e più egli diventa anzi un pover’uomo…»[34] Un super-imbecille, si direbbe, a giudicare dalle guerre e da molte delle spiacevoli situazioni in cui l’uomo di oggi è invischiato. E difatti siamo nelle mani dei pazzi, degli insensati. Per esempio, è evidente che ormai la guerra è anacronistica. Qualunque capo di governo la proponga come alternativa plausibile, issando il vessillo del patriottismo (che come dice Bertrand Russell non è che la disponibilità ad essere uccisi per futili motivi) o adducendo qualunque altro pretesto, andrebbe immediatamente deposto e rinchiuso in manicomio. Eppure molti dei nostri capi di stato continuano usare la parola «nemico» e a ritenere la guerra una possibilità. La guerra è una psicosi di massa, come dice Gurdjieff. Ebbene, non possiamo lasciarci governare dagli psicotici. Costoro debbono guarire le masse anziché farle ammalare, anziché farle cadere in preda alla loro stessa psicosi.

 Parlamento Italiano    Ogni giorno vediamo schiere di manifestanti davanti al Parlamento, indignati per le questioni più disparate, e dentro il Parlamento venditori di fumo e sensali senza nerbo né principi che nell’adempimento delle loro funzioni si comportano peggio dei bambini all’asilo. Indignati gli uni, indegni gli altri. E con la parola «indegni» intendo solamente dire che a quanto pare non possiedono le qualità etiche e le capacità amministrative che dei veri leader dovrebbero possedere e che sono indispensabili per ricoprire i ruoli che ricoprono – e ce l’hanno dimostrato. Urge pertanto una sostituzione non-violenta della classe politica, o per lo meno di molti suoi elementi, in questo senso. Se tra i nostri presunti rappresentanti c’è qualche saggio, qualche individuo veramente disinteressato e capace, rimanga pure dov’è, ma gli altri, se agissero «secondo coscienza» dovrebbero, senza che nessuno li forzi, fare un passo indietro.

     Queste considerazioni non valgono soltanto per la classe politica, a partire dalle amministrazioni comunali e regionali e da ogni tipo di ente locale e territoriale fino ad arrivare alle istituzioni nazionali, europee e così via: esse valgono per la classe dirigente in senso lato, per tutti gli «alti papaveri». Del resto, i magnati della finanza si comportano come rapaci da molto tempo, proporzionalmente a quello che è il loro potere, «spremendo» il mercato in modo del tutto irresponsabile. In realtà, esercenti, piccoli commercianti, grandi dirigenti, industriali, imprenditori e azionisti si comportano tutti nello stesso modo, con la differenza che al popolo e ai piccoli commercianti si può anche perdonare un po’ di avidità, mentre a coloro che detengono il potere non si può perdonare né la propria avidità né il non aver saputo prevedere l’avidità del popolo. Quello che cerco di dire è che per avere un’economia sana occorre che quelli che hanno maggiori responsabilità perché occupano posizioni di rilievo siano migliori degli altri e che i grandi agiscano in modo da prevenire e correggere gli errori che i piccoli commettono a causa della propria cupidigia e della propria meschinità. Il guaio è che l’avidità è una specie di demonìa collettiva sicché spesso i «grandi» si comportano peggio dei «piccoli». Non sorprende che l’economia sia andata a catafascio

     È improbabile che le condizioni attuali migliorino se la classe poltica e la classe dirigente, a livello nazionale e globale, non si rinnovano in questo senso. Se vogliamo risolvere i problemi – risolverli davvero e non soltanto «metterci una pezza», come abbiamo fatto per troppo tempo – i nostri leader devono essere veramente virtuosi, sia nel senso classico di «virtù» sia in quello moderno di «virtuosismo», cioè di bravura in ciò che si fa, di competenza e di abilità oggettiva.

     Forse l’unica via d’uscita è un cambiamento radicale, una rivoluzione, anche se probabilmente è vero ciò che dice Aung San Suu Kyi[35]: «L’autentica rivoluzione è quella dello spirito, nata dalla convinzione intellettuale della necessità di cambiamento degli atteggiamenti mentali e dei valori che modellano il corso dello sviluppo di una nazione. Una rivoluzione finalizzata semplicemente a trasformare le politiche e le istituzioni ufficiali per migliorare le condizioni materiali ha poche probabilità di successo.»[36]

     Oppure finiremo come in Cosmopolis, col giovane dirigente multimiliardario che viene assassinato da un povero diavolo…

     – Volevo che tu mi guarissi, che mi salvassi, – disse Benno.

     I suoi occhi brillavano sotto l’orlo dell’asciugamano. Fissavano Eric in modo sconvolgente. Ma non era accusa quella che lui vide. C’era una supplica in quegli occhi, retroattiva, una speranza e un bisogno in frantumi.

     – Volevo che tu mi salvassi.[37]

 Cavalcare la tigre EVOLA    C’è speranza? Julius Evola, che era scettico al suo tempo, oggi lo sarebbe ancora di più. Per lui, «quand’anche oggi apparissero dei capi degni di questo nome – uomini, dunque, che facessero appello a forze e interessi di tipo diverso, che non promettessero vantaggi materiali, ma che esigessero, che imponessero ad ognuno una severa disciplina, che non acconsentissero a prostituirsi e a degradarsi pur di assicurarsi un potere personale effimero, revocabile e informe – questi capi non avrebbero quasi presa alcuna sull’attuale società.»[38]

     Annie Besant invece assicura che l’evoluzione farà il proprio corso e che un giorno «divini Monarchi torneranno a regnare sulla terra, ogni uomo occuperà nella società il posto che gli spetta secondo il grado di sviluppo raggiunto e non ne usurperà altri a caso come oggi avviene.»[39] «Allora» scrive la Besant, «vedremo i giovani allenati in quel genere di lavoro che meglio si adatta alle loro capacità, e per il quale le facoltà loro promettono la possibilità di riuscita; allora non esisterà più quel malcontento che oggi esiste, poiché il malcontento nasce dalle facoltà frustrate nell’estrinsecazione loro e da un senso di ingiustizia che agisce sulle menti degli uomini ai quali manca ogni opportunità di valorizzare quelle facoltà che pur sentono di possedere.»[40]

     A me sembra, in effetti, che l’immoralità abbia iniziato a stomacare le persone e – almeno in una certa misura – confido nel ricambio generazionale. Le porcate che sono state divulgate dai media italiani e del mondo negli ultimi anni, il sesso che si mischia con la politica, le escort e i trans sulle auto blu, gli scandali, i ricatti, il bunga bunga[41], la decadenza, l’indifferenza, la corruzione, la doppiezza, l’avidità, l’ottusità, l’egoismo e l’opportunismo… il fatto che si continui a discutere nel modo più sterile, che coloro che dovrebbero tirarci fuori da questa crisi continuino a occuparsi dei problemi di un solo uomo… tutto questo fa scoppiare l’indignazione nei giovani cuori e – quando non si traduce in una pericolosa disillusione – provoca una reazione uguale e contraria, innesca una spinta analoga in senso opposto, vale a dire un ritorno all’idealismo, una riscoperta dei valori tradizionali, dell’atto puro, cioè dell’azione voluta in se stessa, del lavoro disinteressato, del lavoro che si ricompensa da sé. Molti – e parecchi in malafede – vedranno questa possibiltà come qualcosa di velleitario e di astratto. Qualcuno, obiettando, la chiamerà «ingenuità» o addirittura «utopia». Bene, io penso che si debba superare anche la paura dell’ingenuità, se si vuol compiere un passo nella direzione giusta; penso che si debba ritrovare il coraggio dell’utopia, contro il falso realismo e il relativismo viziato e di comodo che ci hanno condotti al punto in cui ci troviamo ora.

Di Pier Francesco Grasselli, La Ricerca di Se stessi, 2° volume.

Nota: Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi» è la nuova trilogia dell’autore dei romanzi «Ho scaricato Miss Italia», «Fanculo amore»  e della trilogia «maledetta» formata da «L’ultimo Cuba Libre», «All’Inferno ci vado in Porsche» e «Vivere da morire», tutti editi da Mursia.

Pier Francesco Grasselli: www.pierfrancescograsselli.com

Pier Francesco Grasselli è l’autore dei romanzi «Ho scaricato Miss Italia», «Fanculo amore»  e della trilogia  formata da «L’ultimo Cuba Libre», «All’Inferno ci vado in Porsche» e «Vivere da morire».

    I libri sono editi da Mursia. Raffaele Panizza su «Panorama» ha parlato di «romanzi cattivi» e Annalisa Bianchi sul quotidiano «Libero» ha definito «L’ultimo Cuba Libre» «il ritratto di una generazione».


[1] Vangelo di Tommaso, 39, da I vangeli apocrifi, Einaudi, ET Biblioteca, pag. 491.

[2] Riccardo Ghezzi, 2011, Qelsi.

[3] Thomas Carlyle, Gli eroi e il culto degli eroi e l’eroico nella storia, Conferenza prima, “L’eroe come divinità”.

[4] Günther Anders, L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri, vol. II, pag. 60.

[5] Corte suprema di iniziati ai Misteri preposta a dirimere le grandi controversie fra città, popoli e sovrani in Grecia. Cfr. Edouard Schuré, I grandi iniziati, Laterza, specialmente le parti dedicate a Orfeo e a Pitagora.

[6] Il consiglio dei trecento sorvegliava l’operato del consiglio dei mille (aristocratici). Cfr. Edouard Schuré, I grandi iniziati, Laterza, Pitagora, V, “La famiglia di Pitagora – La scuola e le sue sorti”, pag 341, 342.

[7] Cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Libro secondo, 26.

[8] Cfr. Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, Libro quinto, 30 e seguenti.

[9] Cfr. Porfirio, Vita di Plotino e ordine dei suoi libri, XII.

[10] Cilone.

[11] Cfr. Porfirio, Vita di Plotino e ordine dei suoi libri, XVII.

[12] Moralista francese.

[13] François de La Rochefoucauld, Riflessioni, o sentenze e massime morali.

[14] Cioè per la casta socialmente più rilevante.

[15] «Il dharma si indirizza a tutti, ma ha un’importanza diversa per le diverse caste. È fondamentale, dominante, vincolante per il brahmano, che deve preoccuparsi soprattutto della propria virtù e della propria rettitudine». (Antonio Gambaro e Rodolfo Sacco, Sistemi giuridici comparati, Terza edizione, Capitolo dodicesimo, Il diritto indiano, 2, pag. 365.)

[16] Alice Bailey, Da Betlemme al Calvario, Capitolo quarto – “La terza iniziazione… La trasfigurazione sulla vetta della montagna”, 3, 170.

[17] Ibidem.

[18] Vangelo di Tommaso, 39, da I vangeli apocrifi, Einaudi, ET Biblioteca, pag. 491.

[19] Ezra Pound, Cantos, Canto XIII. (Oscar Mondadori, Cantos scelti, a cura di Mary de Rachewiltz).

[20] René Guénon oppone all’attuale «Regno della Quantità» l’antico e tradizionale «Regno della Qualità». Cfr. René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi.

[21] Giamblico, La vita pitagorica, XXXI (200).

[22] Annie Besant, Il sentiero del discepolo, “Il futuro progresso dell’umanità”, “Metodi della scienza futura – Sviluppo futuro dell’uomo”

[23] La Grande Dottrina (da Confucio maestro di vita, Armenia, a cura di Alexis Lavis, pag. 59.)

[24] Michel de Montaigne, Di Catone il Giovane, dai Saggi scelti, Edizioni Utet Torino, Libro primo, XXXVI, pag. 122.

[25] La vita pitagorica, XXIV (108).

[26] I Dialoghi (da Confucio maestro di vita, Armenia, a cura di Alexis Lavis, pag. 55.)

[27] Pitagora, appunto, nato nell’isola greca di Samo e chiamato così per l’abitudine di portare i capelli lunghi.

[28] La vita pitagorica, XXVII (129) BUR.

[29] Cfr. La vita pitagorica XXX (171) BUR.

[30] Erich Fromm, Avere o essere, 2-“Avere ed essere nell’esperienza quotidiana”, “L’esercizio dell’autorità”, Fabbri Editori, I Classici del Pensiero, pag. 50.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] Ibidem.

[34] Erich Fromm, Avere o essere, “La Grande Promessa, il suo fallimento e nuove alternative”, “La fine di un’illusione”, Fabbri Editori, I Classici del Pensiero, pag. 13.

[35] Politica birmana cui è stato conferito il Premio Nobel per la pace nel 1991.

[36] Liberi dalla paura, Sperling & Kupfer, 2003 (traduzione di Giorgio Arduin).

[37] Don Delillo, Cosmopolis, Einaudi 2003, Capitolo quarto, pag 175. Traduzione di Silvia Pareschi.

[38] Julius Evola, Cavalcare la tigre, “La dissoluzione nel dominio sociale” “25. Stati e partiti. L’apolitìa”, Ed. Mediterranee, pag 152.

[39] Annie Besant, Il sentiero del discepolo, “Il futuro progresso dell’umanità”, “Metodi della scienza futura – Sviluppo futuro dell’uomo”

[40] Ibidem.

[41] «Rituale erotico che coinvolge un potente leader politico e svariate donne nude.» (Urban Dictionary).

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Massimo Dallaglio

- Giornalista Ordine Nazionale Giornalisti Roma N° 111329 - Laurea in Sociologia Università di Bologna