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“Pinocchio : fenomenologia degli stili da Guillaume a Garrone..”

Un ennesimo esercizio di stile che non intacca la sacralità del mito collodiano.

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Niente da fare. Ogni paese ha le sue fissazioni narrative e i suoi miti narrativi da rispolverare periodicamente come una celebrazione o per rinnovarne i fasti attraverso un nuovo esercizio di stile. Esercizio stilistico a cui non possono far seguito riadattamenti narrativi proprio perché parliamo di soggetti che rappresentano delle autentiche parabole sacre e intoccabili.
Se oltre Manica per ogni attore e regista che si rispetti la prova d’onore è la reinterpretazione dell’Amleto di Shakespeare, in Italia il suo corrispettivo ha messo decisamente le radici in Toscana con il Pinocchio di Carlo Collodi, fiaba dal carattere formativo e allegoria della maturazione di ogni scolaro che guarda alla propria crescita senza dimenticare i valori del gioco e di un continuo ascolto delle lezioni impartite dal mondo adulto.

 

 

Eppure il mito collodiano ridendo e scherzando (oltre che tornando sempre a far riflettere) occupa l’intero secolo con la prima trasposizione filmica del 1911 del comico italo-francese Ferdinand Guillaume. Nel corso dei decenni non sono mancati altri richiami istrionici che ne hanno permesso una rivitalizzazione in termini di stile recitativo. Non a caso nel lungo curriculum figurano i nomi di Totò e Carmelo Bene.
Ma la versione avvincente e a pieno titolo mai dimenticata e superata rimane quella del 1972 di un veterano come Luigi Comencini. A cavallo fra visioni neorealistiche e celebrazione della commedia all’italiana la storia del Collodi ne esce ancora più virtuosa grazie al lavoro di squadra di nomi di fiducia come Nino Manfredi , Gina Lollobrigida e il mitico duo Franchi/Ingrassia. Di più non si può chiedere da una trasposizione che riesce ad accontentare tutti con un duplice montaggio e taglio che si adatta perfettamente allo sceneggiato in stile Rai come al cinema d’autore.

Il gioco si complica dopo un trentennio esatto e con il 2002 che vede il mattatore toscano Benigni ritornare dietro la macchina da presa dopo l’abbuffata (comunque meritata) de “La vita è bella”. Difficile rimettersi in gioco dopo un colpaccio come quello e di conseguenza ritorna utile il racconto di Collodi che può salvare la serata come una giacca elegante che sta bene con tutto.
Ne esce fuori un film con un Pinocchio/Benigni fedele all’intreccio collodiano ma non più credibile per un uomo che più che Peter Pan è un premio Oscar intellettuale quasi sulla sessantina e con la consapevolezza di un cinema meno comico e sempre più di dimensione autoriale. Due ore di Benigni senza una vera risata e con qualche comico del momento a dare manforte come i Fichi d’India. Tutto il resto è noia e qualche strizzata d’occhio ad un certo stile felliniano fatto di personaggi stralunati e colori degni della “Voce della luna” (non a caso sempre interpretata dallo stesso Benigni).

 

 

 

E sempre da Benigni riparte questo ultimo capitolo firmato da uno dei golden boy del cinema d’autore in questo secondo decennio dei duemila, Matteo Garrone. Altra rilettura e altra interpretazione che non aggiunge nulla di nuovo ovviamente. La domanda non è più cosa si racconta ma come lo si racconta. Cosa rimane del Pinocchio del legittimo creatore ? Praticamente tutto. Fedeltà assoluta agli eventi che partono dalla desolazione di una landa toscana e un il falegname Geppetto interpretato stavolta dal Roberto Benigni che si riprende in maniera sapiente la sua credibilità con questo ruolo che calza perfettamente con il dato anagrafico e con un carattere ora più contenuto e distante dal ruolo di cineasta. Garrone sembra cedere la propria sovranità autoriale per ridare piuttosto a Benigni una chance di rivalsa dopo lo scivolone del 2002.

 

 

 

 

Il Pinocchio versione 2019 è un chiaro esempio di livello intermedio di racconto e messa in scena che va sul sicuro con la mano esperta di Garrone che si limita a rispettare l’ordine dei fatti e si affida solo a scenografie cartolina e una ricostruzione fedele di un centro Italia di estrazione agreste e di connotati storici indefiniti come la tradizione collodiana vuole.
E dove c’è un Benigni che si gioca la sua maturità ci sono pochi altri volti noti che si limitano a fare la propria parte da gregario al servizio di una narrazione che si limita alla ordinaria amministrazione.

 

 

Dal Gigi Proietti “Mangiafuoco” all’accoppiata , stavolta fiacca e anonima di Papaleo e Ceccherini nel ruolo rispettivamente del gatto e la volpe. Nulla di nuovo e niente di spiazzante nemmeno sul piano della interpretazione.
Il testo di Collodi è talmente forte e vincolante che risulta quasi impossibile aggiungere qualche spunto di comicità. Non a caso solo il duo Franchi e Ingrassia del classico di Comencini riuscirono a dare quel tocco macchiettistico che risulta anche adesso una sfida proibitiva da eguagliare per qualunque duo inedito.

 

 

 

In questa versione di Garrone rimane di sicuro il piacere estetico di interni ricercati e di scenografie degne del centro sud che ha contribuito anche in fase di produzione grazie all’impegno di Regione Lazio e Puglia. Siamo ormai alle porte del 2020 e anche l’effettistica speciale aiuta senza oscurare i canoni narrativi che come si è già detto , nel caso di Pinocchio sono impossibili da stravolgere o rimettere in discussione anche solo

parzialmente.
Garrone esce con una prova che non compromette né aggiunge nulla ad una cinematografia già ricercata e forse poco propensa a rivolgersi oltre le sole platee festivaliere. Che sia magari l’inizio di un nuovo approccio propedeutico da parte del regista prodigio di Gomorra , ma per il momento resta un semplice esercizio di stile dove la garanzia è data da un soggetto classico che in quanto tale non può fallire. Basta solo amministrare il gioco e saper soppesare gli elementi tecnici e di recitazione per collocarsi senza problemi in una tradizione che va avanti da un secolo fra rivisitazioni rispettose e qualche effetto in più. Ma attenzione a non stravolgere un caposaldo italiano , non sia mai.
Chissamai che a metà di questo nuovo millennio non assisteremo ad una rilettura ultra moderna della storia del burattino fra ambientazioni futuristiche di palazzi , macchine volanti e scenari tecnologici fra Spielberg e Blade Runner. Sarebbe una sfida allettante e di coraggio. Per il momento ci si accontenta di una rilettura fatta di un rispetto quasi religioso e nulla più.
Ci si ridà appuntamento fra un trentennio almeno.

 

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Simone Sollazzo