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Made in Italy – fra rock e cinema in mezzo c’è la periferia

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Cosa ci faccio qui ?

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Questa è la domanda che il Luciano cantante si sarà posto ancora prima di sedersi nuovamente sulla fatidica sedia della regia dopo due avventure precedenti di tutto rispetto e una rinnovata voglia di raccontare uscendo dai canoni dei giri di rock n’roll. E sembra che il ragazzo venuto da Correggio non abbia smarrito il filo logico e la narrazione di una carriera che si vuole esprimere attraverso binari diversi e che molto spesso sfida il doppio pregiudizio.

made in Italy

“Made in Italy” potrebbe anche essere un bersaglio difficile da condannare se non fosse per il giudizio che sorge spontaneo verso il Ligabue cantautore, tacciato ingiustamente di un giro ripetitivo di accordi e di una carriera che come molte rockstar italiane sembra avere raggiunto un punto fermo rimpiangendo la freschezza delle prime fatiche discografiche. O magari semplicemente sentendosi attaccati per aver invaso per la terza volta un contesto distante dal proprio habitat naturale.

Invece è qui che il vero artista viene fuori in barba a mode e giudizi di settore e realizza un’opera che non ha paura di rimettersi in gioco con i suoi fratelli predecessori di “Radiofreccia” o “Da zero a dieci” e nei suoi novanta minuti scarsi di racconto riesce a scorrere su doppio binario narrativo. Tra il Ligabue uomo e artista e l’intero paese fotografato in questo 2018 ormai alla fine.

made in Italy

Ma al di là dell’omonima con l’ultima fatica discografica di Luciano , “Made in Italy” brilla di luce propria e rifiuta categoricamente ogni accostamento fatto solo per ripubblicizzare un disco magari incompreso ma non banale.

E il concetto per l’appunto di “concept album” non deve per forza confluire in un film ricco di spunti come questo dove si ritorna a vivere uno spaccato provinciale fra nostalgie di vecchie canzoni anni ’80 dei vinili rubati ai genitori e le cene fra amici dove l’umorismo si spreca e si arriva a esplorare i nuovi temi sempre più profondi della società fra unioni civili e il lavoro che manca.

Difatti “Made in Italy” è una totale fotografia che ci offre una ulteriore analisi di questa Italia del primo ventennio dei duemila. Per carità , non parliamo certamente del cinema di un Altman che raccontava un America depressa delle periferie ma in questo caso , con toni nostrani, gli ingredienti ci sono tutti e scanditi dalle canzoni di chi questa provincia emiliana l’ha vissuta e sente il bisogno di non abbandonarla mai.

E puntualmente torna il senso di nostalgia in una serie costante di inquadrature fra portici e campagna. Al centro una vita familiare proletaria dove la crisi di coppia fra operaio e parrucchiera si contrappone ad una crisi ancora più grande di una Italia che va avanti fra licenziamenti e tagli del personale. E come se non bastasse ci sono le nuove tecnologie che si interpongono nel rapporto fra genitori e figli e dove una videochiamata sembra ormai fantascienza nemmeno immaginabile più di quindici anni fa durante l’uscita di Radiofreccia.

Non a caso adesso il protagonista è lo stesso. Uno Stefano Accorsi comunque in forma e senza grossi segni di invecchiamento che interpreta un Enrico, operaio di una catena di salumifici che parla da politico dell’ultim’ora e non perde occasione di dire la verità nemmeno davanti all’occhio indiscreto della stampa dopo una manifestazione rovinosa dove si scopre di non avere ancora diciottanni.

E la rabbia di un Enrico che rappresenta genitori insoddisfatti di un Italia che sembra non offre futuro si stempera gradualmente con la dolcezza di una Kasia Smutniak a cui non vengono riservate grosse battute ma riesce a convincere nella sensibilità di chi non si sente compreso e viene condannato per un vecchio tradimento.

made in Italy

C’è un po’ di tutto in questo “Made in Italy” o meglio Made in Emilia dove a fronte di un depressione avviene una reazione e la voglia di ricostruire subito , proprio come il terremoto del 2012 “fra polvere e rottami” citando sempre il Liga.

Ottantotto minuti di racconto, di silenzi e di tristezza che poi si stemperano in una ballata rock per celebrare il ritrovato rapporto fra coniugi senza perdere il senso del ritmo e senza banalizzare o minimizzare una seconda parte dove l’attenzione si concentra sul ripiegamento interiore del protagonista.

Se “Radiofreccia” era semplicemente l’esordio registico del Liga, ” Da zero a dieci” è stata la seconda opera del rimettersi in discussione e dei ricordi di inizio anni ’80.
Made in Italy” è senza dubbio il capitolo che segna la maturità. Una maturità non per forza ostentata con la spocchia da primo della classe ma con la consapevolezza che fra rock e cinema si ritorna sempre alle origini quelle della periferia.

“Made in Italy” e’ come una “gita fuori porta” vissuta con un senso di ospitalità e consapevolezza che riporta a ragionare su due punti : cosa è diventato oggi il paese. Ma soprattutto ” cosa siamo diventati noi. Come coppia , come famiglia. Come singoli individui”

E puntuale torna un piacevole refrain che dice: “cosa ci faccio qui ?”

Domanda degna di Chatwin. Non a caso ci si saluta citando un viaggiatore. Come il viaggio del poliedrico Luciano che porta verso nuove mete.
Di sicuro, a torto o a ragione se ne è già raggiunta una, quella della maturità fuori da ogni banalità.

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Simone Sollazzo