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L’elisir di lunga vita: elogio della meditazione

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Vincere la paura

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Qualche volta riusciamo davvero ad acquietare la mente, allora abbiamo la sensazione di meditare veramente. A volte scorgiamo persino un tenue chiarore, dietro le palpebre abbassate, una luce che si fa progressivamente più intensa. Il guaio è che, non appena scorgiamo quel bagliore, la nostra mente, fino ad allora in standby, si riattiva improvvisamente e noi ci ritroviamo a pensare a quello che ci sta succedendo, e in questo modo riprecipitiamo nel corpo, per così dire. È questione di pratica, naturalmente. E di disciplina. Ma c’è anche un altro ostacolo da superare – una specie di paura.

Infatti, quando oltrepassiamo la soglia del pensiero, che è il confine che separa il nostro io dall’infinito, spesso abbiamo paura e così torniamo indietro, torniamo ad aggrapparci al nostro piccolo io, ai pensieri articolati compulsivamente dalla nostra mente, ai formicolii del nostro corpo o al batticuore emozionato e un poco spaventato che segue l’ebbrezza dovuta a una momentanea immersione nell’eternità, a un temporaneo abbandono di noi stessi.

Torniamo ad aggrapparci al nostro ego, alla nostra identità, che se non altro è rassicurante[26], giacché quando oltrepassiamo quella soglia, anche se ci sciogliamo in un infinito dove non esistono limitazioni né – di conseguenza – preoccupazioni, è come se perdessimo noi stessi – il nostro piccolo io, la coscienza creaturale alla quale siamo tanto affezionati e nella quale ci siamo identificati così a lungo.

Questo salto nel vuoto ci fa paura perché, abituati come siamo a identificarci con il nostro pensiero, abbiamo l’impressione di non essere più niente, quando spegniamo la radiolina nella nostra testa: eppure è proprio quello il momento in cui siamo veramente qualcosa!

La paura coincide con il momento di contatto tra la mente umana in stato di quiete e «un Qualcosa, la cui natura viene compresa solo a poco a poco, ma che fin da principio è sentito come una presenza trascendente, “di là”, anche quando sia percepito “entro” l’uomo» (A. Bailey)

Ora, proprio come quando ci immergiamo nell’acqua, dobbiamo solo lasciarci andare, trovare il coraggio di mettere la testa sotto, di sprofondarci senza paura nell’eternità.[27]

Dobbiamo annullare le resistenze di mente, corpo ed emotività, allentare la presa sulla realtà – la presa che si chiama «ego» – e non aver paura di staccarci dalla nostra personalità, da tutto ciò a cui ci teniamo aggrappati, da tutto ciò che delimita noi stessi – la figurina che abbiamo ritagliato nell’eternità e che abbiamo chiamato «io». Allora potremo galleggiare placidamente nell’estasi, dissolverci come sale in una pentola di acqua bollente, scomparire.

L’esperienza è descritta efficacemente in un testo molto interessante: «si ha l’impressione del volo attraverso incommensurabili spazi, senza altra percezione che il senso ascensionale, la leggerezza dell’esser sospesi nell’aria, completamente liberi da ogni legame corporeo – un attimo di sollievo, come un gran respiro dopo un momento di oppressione – e l’essere, abbandonati i legami che lo avvincono alla terra, è libero nel suo regno, nel regno dello spirito. Indicibile allora è lo stato di gioia luminosa che pervade l’animo.»[28]

Ad ogni modo, col tempo e l’esercizio, dovremmo riuscire a migliorare le nostre performance!

È come se ci sintonizzassimo su una «frequenza superiore»

Quando riusciamo a spegnere la mente, è come se la nostra coscienza si sintonizzasse su una «frequenza superiore», e quando ricominciamo a pensare è come se perdessimo quella frequenza… allo stesso modo in cui una radio non riesce più a ricevere la stazione su cui era sintonizzata.

Come abbiamo detto, ci sintonizziamo su quella «frequenza superiore» anche ogni volta che ci addormentiamo, nella fase del sonno senza sogni. Tuttavia, quella è più che altro una «valvola di sfogo». Farlo in modo cosciente, attraverso la meditazione, è tutta un’altra cosa e significa coinvolgere la nostra personalità, svilupparla elevando la polarizzazione della nostra coscienza. In questo senso, la meditazione ha una funzionalità evolutiva che consiste nell’agevolare il trasferimento della coscienza dalle sue localizzazioni inferiori e «animali» (dalla componente fisica o da quella emotiva) a quelle superiori e spirituali (a quella animica o a quella divina).

Hermann Hesse insiste sull’importanza della pratica giornaliera della meditazione nel libro Il giuoco delle perle di vetro ed Alice Bailey esorta addirittura a mantenere costantemente aperto il canale attraverso il quale la pace e la saggezza dell’Io interiore giungono fino all’io esteriore, condizione che si ottiene vigilando su noi stessi ed eliminando le interferenze della mente, delle emozioni e degli istinti del corpo anche nel corso della vita quotidiana.

Infatti, la Bailey scrive: «L’atteggiamento meditativo dev’essere conservato, non per pochi minuti ogni mattina o in certi specifici momenti lungo la giornata, ma costantemente, con fermezza, senza flessioni, per tutto il giorno.” Poi sottolinea: “Non si tratta, come sovente si dice, di “voltare le spalle al mondo”. Il discepolo affronta il mondo, ma lo affronta dal livello dell’anima, guardando con occhio limpido il mondo delle faccende umane. “Nel mondo, ma non del mondo”, ecco il giusto atteggiamento, com’è stato espresso dal Cristo.»[29]

La Bailey infine aggiunge: «Quando l’anima ha imparato a valersi del suo strumento, mediante la mente e il cervello, il contatto diretto e la collaborazione tra i due si fanno sempre più facili e permanenti, così che l’uomo può dirigere a volontà la mente sulle cose terrene, ed essere membro efficiente della società, o sulle cose celesti, ed agire nel suo vero essere quale figlio di Dio. Se ciò si verifica, l’anima usa la mente quale agente trasmettitore, e il cervello fisico è addestrato ad accogliere quanto gli è trasmesso. Il vero figlio di Dio può vivere contemporaneamente in due mondi; è cittadino del mondo e del Regno di Dio.»

Meditare nelle chiese

Negli ultimi tempi ho preso l’abitudine di meditare nelle chiese. Ho scoperto che è più facile «staccare la spina della mente» in una chiesa, specialmente se è vuota e silenziosa, che in qualsiasi altro posto. È una cosa che faccio tutti i giorni per almeno mezz’ora. Semplicemente, entro, mi siedo e mi lascio andare, smetto di aggrapparmi i pensieri. È liberatorio, ed è proprio come dicono i maestri orientali – come ripulire la mente dalle scorie – tant’è che dopo aver meditato sento che la mia mente è più pulita e più «leggera», e sono molto più rilassato e sereno.

Sento inoltre che questa è la maniera giusta di pregare, se quando diciamo «pregare» intendiamo il tentativo di metterci in qualche modo «in contatto con Dio», o per lo meno con il nostro Sé superiore, e non il solito chiedere chiedere chiedere. Questo tipo di preghiera non ha niente a che vedere con le parole: ha piuttosto a che vedere con il silenzio e con la cessazione del pensiero. Infatti, solo smettendo di pensare è possibile attivare il collegamento con il Sè superiore o con Dio.[30]

«Il chiedere e avere delle aspettative, sono le maggiori caratteristiche della preghiera, ove il desiderio prevale ed è implicato il cuore» scrive Alice Bailey. «Sono la natura emotiva e senziente dell’uomo che ricercano quanto occorre… »

La Bailey distingue quattro tipi di preghiera:

1. Preghiera per ottenere aiuto e benefici materiali.
2. Preghiera per ottenere virtù e qualità morali.
3. Preghiera per gli altri, intercessoria.
4. Preghiera per illuminazione e realizzazione del divino

     e dice chiaramente che «il quarto di essi conduce l’aspirante al punto in cui la preghiera può aver fine, e può aver inizio la meditazione», cioè l’evasione dal dominio della mente e dell’emotività (oltre che, naturalmente, del corpo) e l’unione cosciente con il Tutto, con l’Assoluto, con Dio.

Di Pier Francesco Grasselli

La Ricerca di Se stessi, estratti dal 2° volume.

Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi» è la nuova saga dell’autore dei romanzi «Ho scaricato Miss Italia», «Fanculo amore» e della trilogia «maledetta» formata da «L’ultimo Cuba Libre», «All’Inferno ci vado in Porsche» e «Vivere da morire», tutti editi da Mursia.

Il blog dell’autore: ultimocubalibre.blogspot.it

[1] Emma Cusani, Il grande viaggio nei mondi danteschi, “I primi sette Cerchi infernali?” Mediterranee, pag. 49.
[2] Ch’I – Scoprire l’energia vitale con il T’ai Chi, Ubaldini Editore, pag. 18.
[3] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, La scienza della realizzazione spirituale, The Bhaktivedanta Book Trust, 2005, “La ricerca dell’anima”, pag. 57.
[4] Eckhart Tolle, Il Potere di Adesso, 7, “Sonno senza sogni”, pag. 142.
[5] Il Sé superiore.
[6] Ciò è naturale, in quanto la coscienza si è polarizzata in un piano superiore rispetto a quello psichico.
[7] In altre parole, si acquisisce la facolta che gli esoteristi chiamano intuizione.
[8] Star Wars, Episodio IV.
[9] S’intende l’anima quale entità separata, quindi l’anima nel corpo causale.
[10] Osho, I segreti della trasformazione, Capitolo nono, Bompiani, pag. 239.
[11] Al festival ConsapevolMente 2013.
[12] Portare la quiete nella vita quotidiana, Macro Video.
[13] Ibidem.
[14] Cfr. G.I. Gurdjieff, I Racconti di Belzebù a suo nipote, Libro secondo, 39, “Il Santo Pianeta del Purgatorio”, Neri Pozza 2009, pag.612, 613, traduzione di Mariella Fumagalli e Roberta Cervetti.
[15] Henepola Gunaratana, La pratica della consapevolezza in parole semplici, 8, “Strutturare la meditazione”, Ubaldini Editore, Roma, pag. 81.
[16] Ibidem, pag. 82.
[17] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, La scienza della realizzazione spirituale, The Bhaktivedanta Book Trust, 2005, “Meditazione e realizzazione”, pag. 193. Questa è la ragione per cui gli Hare Krishna preferiscono il metodo del canto del mantra Hare Krishna.
[18] In questo caso si tratta della mente concreta e cioè del pensiero discorsivo e non di quello astratto, che è prerogativa del corpo causale o archetipo.
[19] Si intende all’anima considerata quale entità separata, cioè all’anima nel corpo causale.
[20] Annie Besant, Il sentiero del discepolo – Quattro discorsi tenuti ad Adyar nel 1895, “I requisiti del discepolo”.
[21] Riguardo questa espressione, cfr. Emma Cusani, Il grande viaggio nei mondi danteschi, Canto I, “L’incontro con il Maestro”, Mediterranee, pag. 65.
[22] Dal video Portare la quiete nella vita quotidiana, MacroVideo.
[23] Questa espressione, senza dubbio spiritosa, è nei Racconti di Belzebù al suo piccolo nipote.
[24] In questo caso potrei anche aver preso una cantonata, giacché il «rimbambimento» il più delle volte è sintomo dell’incapacità di frenare l’immaginazione, dell’abitudine di lasciar vagare la mente nel passato e nel futuro, di perdersi nella fantasticheria, insomma di un incessante e incontrollato lavorio della mente, e non di una connessione con il Sé superiore, in quanto tale connessione presuppone lo spegnimento della mente. Bisognerebbe sapere con certezza se questi miei «momenti di rimbambimento» corrispondevano a sterili «voli d’immaginazione» o se erano effettivamente battute d’arresto della mente, nel qual caso le mie supposizioni risulterebbero corrette.
[25] Wolfram von Eschenbach, Parzival, Libro IX, 469.
[26] Questo accade sovente al meditatore inesperto.
[27] Ciò si ottiene: 1) lasciando andare il corpo, rilasciando tutte le tensioni, anche quelle cui comunemente non facciamo caso (il volto, le spalle, ecc.) e 2) smettendo di aggrapparci al pensiero, lasciandolo cadere così come si lascia cadere una pietra che stiamo tenendo in mano, cioè – semplicemente – aprendo la mano.
[28] Introduzione alla magia a cura del Gruppo di UR, Edizioni Mediterranee Roma, Volume primo, XII “De naturae sensu”, pag.. 382. Il Gruppo di UR è un sodalizio di esoteristi istituitosi in Italia alla fine degli anni venti intorno alle personalità di Julius Evola e di Arturo Reghini.
[29] Alice Bailey, Il discepolato della nuova era, Volume I, Sezione Prima, Parte V.
[30] Cfr. sopra: “Due livelli di meditazione”.

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Massimo Dallaglio

- Giornalista Ordine Nazionale Giornalisti Roma N° 111329 - Laurea in Sociologia Università di Bologna