il Karma non è acqua

il Karma non è acquaIl karma non è acqua

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«E vedi di astenerti da ogni azione malvagia, perché quand’è venuto il suo tempo essa matura necessariamente in dolore.» (Ārya Śūra, La ghirlanda delle Nascite – Le vite anteriori del Buddha, 24, 35, Bur, pag. 284.)

Karma e reincarnazione

«I karma sono poi suddivisibili in altre due categorie: quelli che tracciano il profilo generale di una nuova esistenza, stabilendo sia il tipo di nascita sia la lunghezza della vita, e quelli che ne forniscono i dettagli, definendo se sarà prospera, se si godrà di buona salute e così via.»
(Dalai Lama, La strada che porta al vero, Parte seconda, “La pratica dell’etica”, 3 – “Origine e cessazione dei problemi”.)

Il karma è concetto centrale sia nel buddhismo che nell’induismo e presuppone il principio della reincarnazione. Esso rappresenta la legge di causa-effetto secondo la quale ogni azione provoca una reazione uguale e contraria che si ripercuote sul soggetto agente.

Secondo questo principio, nella vita presente o nelle successive ci troveremo a dover scontare il male che abbiamo compiuto, perché nella stessa misura in cui noi abbiamo fatto del male agli altri, gli altri faranno del male a noi; similmente, nella vita presente o nelle successive ci rallegreremo del bene che abbiamo compiuto, perché nella stessa misura in cui noi abbiamo fatto del bene agli altri, gli altri faranno del bene a noi.

il Karma non è acquaOra, su questo «noi» ci sarebbe da discutere, giacché in realtà individui che si manifestano in esistenze differenti non sono la stessa persona. Anzi, se si considerano due individui che si manifestano in due esistenze successive l’una all’altra, sebbene tali esistenze siano collegate karmicamente (in quanto l’una costituisce la prosecuzione della «scia» karmica dell’altra) si può dire che il primo individuo non ha niente a che vedere col secondo e viceversa, e che tali individui sono assolutamente distinti e indipendenti l’uno dall’altro, sebbene il secondo «erediti» il karma del primo, costituendo il suo destino la prosecuzione del destino di quest’ultimo, come se si prolungasse all’infinito una «linea» che tuttavia rimanesse suddivisa in vari segmenti.[1]

Tale è l’opinione, per esempio, di Julius Evola. Ma la questione è dibattuta. Srila Prabhupāda, infatti, ha dichiarato: «Quando l’esistenza del corpo finisce e il corpo è distrutto, per noi non è la fine: ci rivestiamo di un corpo nuovo come cambiamo una giacca o una camicia. Supponiamo che domani, per venirmi a trovare, lei indossi una camicia e una giacca differenti: ciò significa che lei è una persona differente? Certamente no. Similmente, ogni volta che moriamo cambiamo corpo, ma noi – anime spirituali all’interno del corpo – rimaniamo gli stessi.»[2]

In realtà, quando parla dell’«anima spirituale all’interno del corpo», che rimane la stessa, Srila Prabhupāda si riferisce all’essere causale o archetipo, che effettivamente permane di vita in vita, ma che non è individuale, mentre Evola, quando parla di individui che non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro, si riferisce all’essere individuale (composto dalla psiche e dal corpo fisico) sicché le due posizioni non sono affatto inconciliabili.

Dunque a reincarnarsi non è la stessa persona, a meno che non si identifichi (abbastanza impropriamente, a dire il vero) tale «persona» con quel «corpo causale», sorta di seme dell’essere che a più riprese viene in incarnazione, cui i teosofi fanno riferimento col nome di Kârana Sharîra e che costituisce l’involucro dell’anima, la quale distilla le esperienze che le sue varie incarnazioni (che possono essere umane e corporee come possono non esserlo) accumulano di vita in vita, e liberandosi a poco a poco dai vincoli dei suoi tre corpi (del corpo fisico, del corpo psichico e infine dello stesso corpo causale) si ricongiunge, alla fine, con l’Assoluto.

Quella – l’anima imprigionata nel corpo causale – è precisamente la parte dell’essere umano che si reincarna.

Per quanto concerne questo punto, può essere interessante riportare le vedute della Teosofia nelle parole usate da Annie Besant proprio in relazione a questo «corpo causale»:

il Karma non è acquaEd allora fu formato il veicolo conosciuto col nome di Kârana Sharîra, o corpo causale. Esso è il «corpo di Manas» che dura per tutta la vita dell’anima reincarnantesi; dura di vita in vita terrena, trasportando il risultato di ogni vita nella successiva. Per ciò fu chiamato corpo causale, perché in esso sono le cause che si sviluppano in effetti nei piani inferiori della vita terrena.
Da questo momento in poi il procedimento dello sviluppo umano è il seguente: formato il corpo causale, si ebbe in esso un veicolo capace di raccogliere ed accumulare tutto, ricettacolo e magazzino dell’esperienza. Entrando nella vita terrena e quivi protendendo, nel modo che vi spiegai precedentemente, una parte di sé, impiega la vita terrena ad accumulare esperienza, a raccogliere nel mondo fisico quel complesso di fatti e di cognizioni che chiamiamo esperienza della vita.
Oltrepassata la porta della morte, l’uomo deve assimilare l’esperienza raccolta e vive una vita extracorporea durante la quale, non più veduto nel mondo fisico, dimora nei piani astrale e devacianico che stanno di là da quello. Là egli porta a compimento certi effetti, là egli assimila le esperienze raccolte sulla terra riducendole a far parte integrale della propria natura. Ogni vita terrena gli dà dei risultati; egli prende questi risultati e li trasforma in facoltà ed in poteri. Se un uomo, per esempio, nella vita fisica esercitò una grande potenza di pensiero, se fece grandi sforzi per comprendere, per accumulare cognizioni, per sviluppare la mente, il periodo che intercede tra morte e vita viene impiegato a ridurre tutti quegli sforzi suoi in facoltà intellettuali, con le quali egli ritornerà in questo mondo alla sua prossima rinascita. Così pure in quello stesso periodo le sue più elevate aspirazioni, le sue speranze e i suoi sogni spirituali si trasformeranno nell’essenza stessa della sua natura. Ritornando sulla terra, vi nascerà in circostanze che faciliteranno il suo sviluppo, e porterà con sé le facoltà intellettuali sviluppate che potrà adoperare per prepararsi un ulteriore progresso in una nuova vita terrena.
Voi vedete quanta perfetta regolarità vi sia negli stadi di sviluppo di quel corpo che dura di vita in vita. Il Kârana Sharîra protende una parte di sé nei piani inferiori per farvi messe di esperienze; unitamente a queste la riassorbe, trattenendola dapprima nelle regioni inferiori del Devachan per assimilare le esperienze raccolte e convertirle in facoltà, in poteri, in capacità, e quindi completa il riassorbimento entro sé stesso di quel veicolo che contiene la coscienza. Poi ancora, con una nuova emissione di tal vita sempre più altamente sviluppata, ritorna ad esplicare nei piani inferiori i poteri acquisiti. In questo modo si avrà di vita in vita un costante ed ininterrotto progresso, e il Kârana Sharîra sarà il ricettacolo di tutte le esperienze, sarà l’uomo permanente costituito appunto dalla somma di queste esperienze.
Quando avrete compreso ciò, capirete anche che cosa s’intende per «pellegrinaggio dell’anima»; di vita in vita l’uomo dovrebbe, diventare più grande di mente, più grande di poteri morali, più grande di facoltà spirituali. Tale è il piano dell’evoluzione. [3]

Questo «corpo causale», veicolo dell’anima e suo carceriere finale, è collocato al livello di esistenza a partire dal quale il karma inizia ad agire sull’entità umana complessiva – il mondo degli archetipi, delle qualità pure o delle entità aformali puramente concettuali.
Il karma aformale e puramente concettuale proprio a quel corpo e a quel livello di esistenza “si estende” poi agli altri corpi e agli altri livelli di esistenza diventando karma psichico e karma materiale.

Il karma agisce su tutti i piani

Questo è molto importante: il karma agisce su tutti e tre i piani – fisico, psichico (o astrale) e causale (o archetipo).

Prendiamo la beneficenza. Essa ha un ritorno sia che la si faccia con spirito altruistico sia che la si faccia con l’intenzione di fare del bene a se stessi in virtù del «ritorno karmico», perché a livello materiale il karma opera indipendentemente dallo spirito con cui si agisce.

Insomma, comunque stiano le cose, se si fa beneficenza, un ritorno è garantito almeno dal punto di vista materiale; ma se si fa del bene genuinamente, non solo agendo propriamente sul piano materiale, cioè sul piano delle azioni, ma con spirito altruistico, vale a dire adottando il giusto atteggiamento anche sul piano morale, mentale ed emozionale, cioè sul piano astrale o psichico, se ne ricaverà anche un beneficio corrispondente, un beneficio psichico, giacché il karma opera simultaneamente su tutti i piani: materiale, psichico e causale.

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