Il diario di Diana Vreeland, oracolo del mondo della moda, la donna che inventò se stessa e una nuova concezione del gusto e del femminile, esce finalmente tradotto in lingua italiana per l’editore Donzelli. Pubblicato negli U.S.A. nel 1984, cinque anni prima che l’autrice scomparisse, porta le sue iniziali: D.V. La Vreeland ironizzava sul fatto che coincidesse con la sigla che i Papi appongono sulle loro bolle, che sta per “Dominus vobiscum.

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La miss dell’universo fashion quest’anno è stata ricordata in forme diverse, come in una personale dedicata alla poliedrica figura che incarnò: il 25 giugno si è conclusa la mostra “Diana Vreeland after Diana Vreeland” a Palazzo Fortuny, Venezia. Le sale dell’edificio gotico hanno ospitato un’esemplare raccolta di abiti tra gli anni ’50 e ‘70 insieme ad una serie di riviste e magazines che ritraggono la Vreeland, come in un “ton sur ton” perfettamente declinato nei tessuti damascati e negli arredi permanenti appartenuti a Mariano Fortuny.

L’artista nacque a Parigi nel 1903 da padre scozzese e madre americana e frequentò il jet set sin dall’infanzia. Il suo cognome originale è Dalziel, che in gaelico antico significa “Io oso”, verbo che effettivamente scolpì il suo destino. Wallis Simpson, con la quale ebbe un bel rapporto d’amicizia, fu una sua cliente negli anni in cui Diana ebbe in gestione una boutique di intimo a Londra. Diventò poi una firma conosciuta nel ’36, nella rubrica “Why don’t you?” su Harper’s Bazaar, in cui dava consigli piuttosto bizzarri e creativi. Alcune rare copie della rivista dell’epoca sono state esposte nelle teche del Fortuny.

Tra le amiche spicca Coco Chamel, icona di assoluta eleganza. Tra le affermazioni di D.V.  su Coco: “Era un’incantatrice, bizzarra, inquietante, intelligente“, e ancora: “Non ho mai visto tanta forza di carattere”. Ma la stessa Vreeland ebbe una forte personalità unita ad un particolare carisma, anche se decisamente non era una donna bellissima. Il motto che accompagnò la vita e la carriera di Diana può essere riassunto in una frase da lei coniata: ”Nella moda devi essere un gradino sopra rispetto al pubblico”.

La fine intelligenza e la penna ironica le permisero di continuare a scrivere su Harper’s Bazaar dal ’63 al ’71, successivamente di diventare la direttrice di Vogue America: si racconta del licenziamento di una sua redattrice perché faceva troppo rumore con i tacchi. Infine la Vreeeland raggiunse il ruolo di consulente della sezione costume del Metropolitan di New York, per cui allestì 12 mostre sulle mode esotiche. Inventò la professione di fashion-editor, fu la prima a cogliere lo spirito del tempo e a registrare i grandi mutamenti  del secolo scorso – dalla Depressione alla rivoluzione sessuale- nelle pagine dei giornali di moda. Sulla personalità iconica della Vreeland inoltre è dedicata una nuova pellicola in uscita il 21 settembre negli Stati Uniti: un ritratto a 360° nel film-documentario “Diana Vreeland: The eye has to travel” di Lisa Immordino Vreeland (moglie del nipote della Vreeland, tra i registi della scorsa mostra d’arte cinematografica di Venezia), accompagnato dal nuovo omonimo libro. Sia il lungometraggio che il testo si prefiggono di raccontare l’intensa biografia della donna di stile che fu Diana. Del resto, come dichiarò D.V.: ”L’unica vera eleganza è nella mente: se l’hai, tutto il resto proviene da essa”.

Di Luisa Galati

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