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ANIMA E CORPO: Un dualismo irrisolto all’origine delle malattie?

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Le regole possono cambiare

  Se come dicono i buddhisti la realtà è una creazione della nostra mente e rispecchia ciò che crediamo, allora si può dire che l’intero sistema della medicina occidentale è impostato su un complesso di credenze, convinzioni e schemi di pensiero che la popolazione occidentale ha inconsapevolmente accettato e legittimato – ed è per questo che funziona. Ma le cose non devono necessariamente funzionare in quel modo. La verità è che le regole le abbiamo stabilite noi attraverso ciò che crediamo – o meglio, attraverso ciò che ci hanno educati a credere. Ma le regole possono cambiare. Come? Modificando ciò che crediamo, scegliendo consapevolmente in che cosa credere e in che cosa non credere.

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  Naturalmente, con ciò non intendo certo invitare le persone a sottovalutare la moderna medicina occidentale e l’ammirevole attività compiuta dai medici e dal personale che opera ogni giorno nei nostri ospedali e nei nostri centri di cura: ma i loro sforzi saranno frustrati finché non verranno integrati dal giusto atteggiamento interiore e da un’azione di risanamento psichico, perché il rimedio deve provenire da entrambi i lati, dal lato materiale (cure della medicina moderna: per esempio un intervento chirurgico) e dal lato spirituale (bilanciamento dello squilibrio interiore che ha causato il disturbo fisico), e non si può trascurare l’influenza che lo spirituale esercita costantemente sul materiale e il ruolo importantissimo che ha il «fattore interiore» nella guarigione del corpo.

   Dirò di più: se non è accompagnato da un cambiamento interiore effettivo, un intervento farmaceutico o chirurgico servirà a poco o niente, ai fini di una guarigione definitiva e di un benessere durevole. Infatti tutti i pazienti sono recidivi, se ci si limita a risolvere il loro problema sul piano fisico, perché il conflitto o lo squilibrio psichico o spirituale che ha causato il disturbo fisico troverà un’altra via di sfogo, un mezzo d’espressione diverso da quello con cui si è manifestato inizialmente e che probabilmente sarà anche più difficile da interpretare. Massimo rispetto per la medicina ufficiale, dunque, ma con la consapevolezza che essa potrà sempre e solo «metterci una pezza» e che l’unica cura veramente efficace consiste nella risoluzione del problema a monte, cioè nell’appianamento del conflitto o dello squilibrio interiore che ha dato origine al problema fisico e nel ristabilimento dell’equilibrio psicofisico.

Fede e guarigione

  Se un disturbo fisico è l’espressione di un disturbo spirituale o psichico, la serenità interiore, conseguibile anche grazie alla fede, non potrebbe che esercitare un effetto risanante.

  Gesù conosceva questa verità, come si evince da questo passo del Vangelo di Marco:

Corpo e Spirito dualismo i-grandi-iniziati   Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza averne nessun giovamento, anzi peggiorando, avendo udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Anche Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò verso la folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?» I discepoli gli dissero: «Vedi bene la folla che ti si stringe attorno e domandi: “Chi mi ha toccato?”» Egli intanto si guardava intorno per vedere colei che aveva fatto questo. Allora la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, si avvicinò, gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».[3]

     Riflettiamo su quest’ultima frase. «Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Il far precedere, nella parola guaritrice di Gesù, la guarigione esteriore («sii guarita dal tuo male») dalla guarigione interiore («Va’ in pace») non è casuale nel Vangelo di Marco. Questo particolare indica che l’evangelista era ben consapevole dell’origine interiore di tutti i disturbi del corpo fisico, sicché la guarigione fisica della donna è la naturale conseguenza della pace interiore donatale da Gesù.[4]

I «demoni» e le malattie

Se consideriamo i «demoni» e gli «spiriti immondi» della Bibbia e dei Vangeli come rappresentazioni simboliche di squilibri spirituali[5], come personificazioni mostruose di «tendenze» indesiderabili, comprendiamo anche perché nelle Scritture la guarigione dalle malattie sia sovente accompagnata dall’espulsione di demoni dal corpo del malato ad opera di Gesù, dei discepoli o dei profeti.[6]

   «Chiamati a sé i suoi discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità.»[7]

  Una plausibile accezione di questa frase è che le malattie siano in qualche modo connesse alla presenza di «spiriti immondi» nel corpo dei malati, cioè di «tendenze» indesiderabili. Le malattie sarebbero allora il riflesso di difetti spirituali, il sintomo di squilibri interiori. Eliminato il difetto spirituale («cacciato lo spirito immondo») sarebbe automaticamente sanata anche la malattia.

  Quanto alle parole con cui Gesù estende a tutti i credenti la capacità di scacciare i demoni – «Questi poi sono i segni che accompagneranno i credenti: nel mio nome scacceranno i demoni»[8] – le si può intendere anche nel modo seguente: ogni credente potrà eliminare da se stesso ogni difetto spirituale (e ottenere così la guarigione da ogni malattia), se seguirà la via indicata da Gesù, applicando rigorosamente ogni Suo insegnamento.

  Dunque il cristiano chiama «demoni» (e ad essi anticamente attribuiva le cause delle malattie) determinati squilibri attinenti le tre componenti dell’ego (corpo, mente ed emotività) o determinate tendenze che vengono a innestarsi su tali supporti (queste tre componenti dell’ego).

   Ciascuno di noi ha i propri «demoni», cioè le proprie tendenze inferiori e i propri squilibri, potremmo dire i propri difetti, che talvolta si traducono in malattie, ma finché queste tendenze inferiori e questi squilibri vengono tenute sotto controllo, finché restano al di sotto del livello di guardia, per così dire, traducendosi tuttalpiù in malattie occasionali, li consideriamo come elementi costitutivi della personalità dell’individuo, che comprende naturalmente dei difetti oltre che dei pregi, e – a ragione o a torto – facciamo rientrare queste tendenze inferiori e questi squilibri nella «normalità»: esse diventano invece pericolose allorché rompono gli argini, per così dire, e tracimano surclassando la volontà dell’individuo, andando a sostituirsi ad essa, mutandone anche radicalmente la personalità; allora non possiamo più parlare di «normalità» e dobbiamo cominciare a parlare di «malattia psichica», se guardiamo la cosa dal punto di vista della psicanalisi, o addirittura, in casi estremi, di «possessione demoniaca», se guardiamo la cosa dal punto di vista religioso.

  In sostanza, il fatto che si tratti di un difetto della personalità oppure di una possessione demoniaca dipende solamente dal grado di intensità con cui quella tendenza inferiore o quello squilibrio si manifesta nell’individuo: esso può esser qualificato come «possessione demoniaca» allorché supera quella soglia di tollerabilità a cui noi siamo abituati a pensare come alla «normalità», arrivando addirittura a soppiantare quella che è la personalità dell’individuo.

   L’idea certo non è nuova, e il fatto che dal punto di vista dell’esoterismo non vi sia una differenza sostanziale tra malattia e possessione, tra lo squilibrio e il «demone», non impedisce di considerare una certa «tendenza» indesiderabile, sia o meno incontrollata, come una vera e propria entità a sé stante dotata di maggiore o minore potere sull’individuo. Com’è scritto in un interessante testo, «ogni passione umana ha il suo “demone”, ossia: ciò che nell’uomo si manifesta come passione esiste anche oggettivamente, come una forza superpersonale. Tale forza è ubiqua e univocamente qualificata: il demone di una passione non ha quella passione, come un uomo che può anche non averla o averne altre – bensì è quella passione: tutto il suo essere è fatto di essa.»

  «Quando un uomo alimenta una passione, il “demone” corrispondente affiora in lui, cerca di mescolarsi alla sua anima come vino ad acqua» continua il testo in oggetto. «Le passioni degli uomini costituiscono la vita dei demoni, che se ne nutrono, in senso letterale; e per tal via hanno modo di prender corpo, così come vuole la loro sete.»

     A questo punto l’autore fa notare che «espressioni comuni come: “Nel tale è l’incarnazione dell’odio, dell’amore, dell’avarizia, ecc.” sono spesso di un’esattezza letterale» e che «accendere in sé una passione e aderirvi è, occultamente, evocare», sottolineando che «una simile persona non vive più per se stessa, ma per colui che essa ha invocato: o si accorge, terrorizzata, dell’ “invasamento” della passione che divampa e contro cui essa poco può, essendo quella divenuta una qualità che compenetra la sua stessa vita; ovvero se ne fa lo strumento, così da divenire davvero l’“incarnazione” di un demone.»

   Infine, richiamando l’attenzione del lettore sui cosiddetti «patti col diavolo» (o con un diavolo particolarmente qualificato) dice: «Nel “prendere un’anima”, pertanto, non si deve vedere nulla più che l’impulso naturale di una forza che non ha corpo, e brama di averne; che non ha una coscienza, e brama di assumerne una per potersi manifestare su un piano, in una condizione di esistenza che, in una certa misura, le è precluso.»[9]

  In conclusione, non esiste una vera e propria linea di demarcazione fra ciò che è semplice passione e ciò che è «possessione demoniaca», giacché la differenza fra l’una e l’altra è solo una questione di intensità; si può dire che la «possessione demoniaca» non è che una passione esacerbata che ha finito per dominare l’intero essere di un individuo, e che di fatto una malattia mentale – per esempio un’ossessione – è una «possessione demoniaca» in forma leggera; fra l’altro, questo sarebbe proprio il terreno su cui la scienza medica e la religione potrebbero incontrarsi.

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Massimo Dallaglio

- Giornalista Ordine Nazionale Giornalisti Roma N° 111329 - Laurea in Sociologia Università di Bologna