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ANIMA E CORPO: Un dualismo irrisolto all’origine delle malattie?

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Un caso esemplare

Corpo e Spirito dualismo«Questo libro è scomodo perché sottrae alla malattia il ruolo di alibi per i nostri problemi insoluti. Noi intendiamo mostrare che il malato non è la vittima innocente delle imperfezioni della natura, bensì l’agente stesso della malattia. (…) I sintomi patologici, considerati da questo punto di vista, si rivelano espressioni fisiche di conflitti psichici e possono smascherare col loro simbolismo il problema centrale del paziente.»

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(Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke, Malattia e Destino, Premessa degli autori.)

«L’interpretazione materialistica delle scoperte di Darwin conduce a formarsi sulla base dell’affinità tra l’uomo e l’animale delle rappresentazioni che rinnegano lo spirito proprio là dove nell’esistenza terrestre esso si manifesta nella sua forma più alta, cioè nell’essere umano.»

(Rudolf Steinr, La mia vita, Capitolo VI.)

Una mattina, mentre passeggio in centro, incontro una compagna di scuola che non vedo da molto tempo. Si chiama Marina ed è figlia di un banchiere molto in vista.

  «Che fine hai fatto?» le chiedo. Infatti, è strano che non ci vediamo da così tanto tempo perché la città non è molto grande e le persone tendono a incontrarsi di frequente.

  «Mi sono trasferita a New York» dice Marina.

  Ricordo che Marina dipinge molto bene e che voleva diventare una pittrice, così le domando: «Continui a dipingere?»

  La ragazza annuisce. «Sì» dice. «Oh, se sapessi quello che mi è capitato…»

  Indico un caffè dall’altra parte della strada. «Andiamo a sederci là» dico. «Così me lo racconti.»

  Attraversiamo la strada, ci sediamo a uno dei tavoli del caffè e Marina mi racconta quello che le è successo.

   «Qualche anno fa avevo rinunciato a dipingere ed ero sul punto di intraprendere una carriera in ambito bancario solo per compiacere i miei genitori» incomincia. «Come se non bastasse, stavo per sposare un ragazzo che non amavo più perché non avevo avuto il coraggio di rifiutare la sua proposta di matrimonio e avevo accettato di vivere nel piccolo paese dove lui abitava, sebbene l’idea non mi piacesse per niente.»

   «Per farla breve, la mia vita aveva preso la direzione sbagliata» continua. «Anche se apparentemente tutto andava a gonfie vele, era un brutto periodo per me. Da molto tempo vivevo senza provare vera soddisfazione o vera felicità. Eppure continuavo a procedere ostinatamente su quella via. Non vedevo alternative. Anzi, mi ero persuasa che quella fosse l’unica strada possibile ed ero rassegnata a percorrerla anche se sapevo che mi avrebbe condotta a una vita insipida.»

     «Poi è arrivata la malattia» dice Marina a voce un po’ più bassa. «I medici mi hanno diagnosticato un tumore in stadio avanzato. Secondo le loro stime, mi rimaneva meno di un anno di vita.»

     Deglutisco. Mi dispiace di averla indotta a rimestare il passato. Non immaginavo si trattasse di una cosa così terribile.

  «Naturalmente la notizia mi ha sconvolta, al punto che sono andata in depressione» continua la ragazza. «Poi è accaduta una cosa che nessuno si aspettava: mi sono scrollata dalle spalle quell’inerzia e ho reagito. Ho deciso di godere al massimo del tempo che mi rimaneva e ho cambiato vita. Tanto per cominciare, ho annullato il matrimonio e ho lasciato il ragazzo con cui stavo. Poi mi sono licenziata dal lavoro e ho ricominciato a dipingere. Ho trascorso alcuni mesi in viaggio in Europa e negli Stati Uniti, visitando le gallerie d’arte. Ho conosciuto un altro ragazzo e mi sono innamorata. In questo modo, ho ritrovato la voglia di vivere. Nel frattempo, i medici si sono accorti che la mia malattia aveva preso a regredire miracolosamente.»

  Per poco non salto sulla sedia, quando dice così.

  «Invece di tornare a lavorare in banca, ho trovato un’occupazione legata alla mia passione per l’arte, e pazienza se si guadagnava di meno e se i miei genitori non approvavano la mia scelta» conclude Marina. «Poi mi sono trasferita a New York con l’uomo che amo.»

    «Adesso come stai?» le domando.

   «Benissimo» risponde Marina. «I medici hanno monitorato le mie condizioni di salute e hanno visto il tumore svanire completamente nel giro di un anno. Ora sono sposata con l’uomo che amo, dipingo e ho persino aperto una galleria d’arte a New York.»

    Io non parlo più. Guardo Marina e non posso fare a meno di sorridere.

    «Perché quella faccia?» fa Marina. «Non mi credi?»

    «Ti credo, invece» dico. «Perché a me stava per accadere la stessa cosa.» E così le racconto della mia esperienza di lavoro alle assicurazioni.

    Salute fisica/salute spirituale

Quello stesso giorno, leggo sul giornale un articolo relativo all’incidenza dei tumori in Italia. A quanto pare, ogni anno si registrano circa 240.000 nuovi casi. I medici si affannano per individuarne le cause, ma non vengono a capo di niente. Io sono convinto che la causa di quei malanni sia da ricercare all’interno delle persone, e non all’esterno. È qualcosa che si mette in moto nel profondo dell’animo umano. La malattia è un dispositivo d’allarme che ci mette in guardia, un segnale che ci avverte che è venuto il momento di cambiare rotta, di dare una direzione diversa alla nostra vita.

Corpo e Spirito dualismo il_destino_come_scelta     Non a caso, in quel libro illuminante intitolato Il destino come scelta, Thorvald Dethlefsen scrive: «Non esistono malattie senza significato. Esse ci mostrano dove abbiamo abbandonato la nostra orbita, pongono un termine agli errori, ci costringono a porci delle domande.»

     Dethlefsen continua: «Guarire significa cogliere l’informazione contenuta nella malattia. Questo presuppone che uno si ponga il problema del significato della malattia. E qui si rivela la pericolosità della medicina odierna, che cerca di spiegare la malattia in se stessa, in termini funzionali, e blocca con false risposte gli interrogativi del paziente circa il perché di tutto questo. (…) Così la malattia perde sempre più la sua funzione di latrice di informazioni, di compagna nel difficile cammino dell’evoluzione, e viene bollata come nemica da combattere con tutti i mezzi.»[2]

     Nell’introduzione al suo libro Malattia come simbolo. Dizionario delle malattie. Sintomi, significato, interpretazione, Rüdiger Dahlke aggiunge: «L’idea di usare quadri clinici come opportunità di crescita evolutiva è antichissima e riscontrabile, nella sua essenza, già nei libri sacri dei popoli. Il corpo è il palcoscenico di eventi psicologici inconsci, o espresso in senso negativo dallo scrittore Peter Altenberg: “La malattia è il grido dell’anima offesa”. Si tratta quindi di scoprire che cosa abbia offeso l’anima e, a tal fine, il corpo fornisce le indicazioni necessarie. Può diventare il palcoscenico sul quale troviamo rappresentati i nostri compiti di crescita e di apprendimento. Il modo di esprimersi del corpo è il linguaggio simbolico che incontriamo in tutte le tradizioni religiose, nei miti, ma anche nelle immagini delle fiabe e leggende e, ovviamente, nella lingua corrente con le sue formulazioni a volte così dirette. Da questo linguaggio d’ombra del quadro clinico è possibile dedurre il significato dell’evento, per trovare poi, attraverso un’elaborazione più oculata del tema, la soluzione. Il linguaggio del corpo, di cui quello simbolico ne è solo un aspetto, anche se molto importante, è la lingua più parlata del mondo. Tutti gli uomini la parlano, anche se non ne sono sempre consapevoli e anche se tanti non la capiscono più.»

     Tutto ciò è plausibile – mi dico. Ormai so come lo spirito lasci sempre la sua impronta nella materia, anzi, come la materia si formi, letteralmente, sul modello dello spirito e, per così dire, nello «stampo» dello spirito, e quasi non occorre far notare che è proprio su questo principio che si fonda la «fisiognomica», vale a dire la scienza che pretende di dedurre le qualità morali e psicologiche di un individuo a partire da quella che è sua conformazione fisica, e in modo particolare da quelli che sono i lineamenti del suo volto.

   Uno dei corollari di tale principio è questo: uno squilibrio nell’interiorità di un essere umano (uno squilibrio spirituale e cioè qualitativo) esercita sempre un’influenza sull’esteriorità di tale essere umano (cioè sulla materia di cui è costituito il suo corpo), e quindi dà luogo a uno squilibrio analogo nella fisiologia, oltre che nella fisionomia, di tale essere umano – la corrispondente impronta materiale di tale squilibrio spirituale. Questo squilibrio fisiologico è ciò che chiamiamo «malattia».

   Boris mi ha prestato un libro che mi è tornato molto utile a questo riguardo: il titolo del volume è Malattia come simbolodizionario delle malattie – sintomi, significato e interpretazione.

   Si tratta di un vero e proprio dizionario che, alla voce di ciascuna malattia, affianca alla descrizione sintomatica alcuni spunti funzionali alla presa di coscienza del malessere psichico, del conflitto irrisolto o della problematica esistenziale che può aver causato il manifestarsi del disturbo. Questo dizionario si basa insomma sul principio che tutto ciò che si manifesta esteriormente ha origine interiormente e che a ogni disturbo fisico corrisponde uno squilibrio interiore più o meno pronunciato: correggendo quest’ultimo, è possibile guarire il disturbo fisico (ben inteso non istantaneamente, giacché la reazione dell’esteriorità è differita dalla reazione dell’interiorità a causa della resistenza che lo spirito incontra nell’azione modificatrice che esercita sulla materia in ragione della densità di quest’ultima).

    Per esempio, al momento io sono soggetto a dermatiti, irritazioni e infiammazioni della pelle. Ora, di sicuro questo non è un periodo facile della mia vita: le discussioni in famiglia sono frequenti e i contrasti assai violenti. Insistendo ostinatamente nel mio proposito di diventare scrittore, ho suscitato la viva disapprovazione dei miei genitori.

  Non a caso, consultando il libro alla voce Dermatite, si trovano alcune informazioni utili all’elaborazione dello squilibrio interiore dal quale nasce il mio disturbo:

Livello fisico: pelle (confine fra l’individuo e il mondo esterno).

Livello sintomatico: conflitto sul confine verso il mondo esterno.

Elaborazione: difendere coraggiosamente e apertamente i confini; aprire i confini in modo coraggioso.

In effetti, che altro sto facendo, in questo periodo, se non cercare di tracciare confini ben precisi fra me e il mondo circostante, fra le mie aspirazioni e quelle dei miei genitori, fra ciò che io voglio e ciò che vogliono per me le persone che mi circondano?

     Il conflitto fra il rispetto che provo per il modo in cui i miei genitori vedono il mio avvenire e la disperata caparbietà con cui cerco di creare per me stesso un destino diverso si traduce fisicamente in eczemi e in irritazioni della pelle, che a livello simbolico rappresenta proprio il confine fra me stesso e il mondo circostante.

    Che cosa accade a questo punto?

   L’elaborazione del conflitto in atto dentro di me, accompagnata dalla presa di coscienza riguardo l’intima connessione di questa delicata fase della mia vita psichica con le mie dermatiti, mi conduce all’accettazione consapevole di questo attrito in quanto parte del mio sviluppo personale, e l’accettazione di questo stato di cose (nei limiti delle mie esuberanze e delle mie turbolenze giovanili) sortisce l’effetto di lenire quelle affezioni cutanee, di diminuirne l’entità.

   Naturalmente, ciò che vale per le mie dermatiti vale per ogni tipo di malattia, a partire dal raffreddore (che indica un sovraccarico, la ricerca di un pretesto per sottrarci a una situazione di crisi, e il cui antidoto è l’elaborazione cosciente di questo conflitto, l’«accettare consapevolmente la provocazione di queste “piccole” situazioni quotidiane e i nostri desideri di fuga») e dalla stitichezza (che è la somatizzazione del non voler dare, del voler trattenere e che «mostra chiaramente un attaccamento troppo forte alle cose materiali», oltre a costituire un «tentativo di conservare dentro di sé i contenuti inconsci, repressi») fino ad arrivare a ben più gravi problematiche cardiache (che indicano uno shock emozionale di cui non abbiamo chiara coscienza oppure un blocco in ambito affettivo e il cui rimedio consiste nell’esternazione dei sentimenti: l’infarto cardiaco, per esempio, «è la somma di tutte le emozioni non espresse, dei sentimenti non manifestati»).

  Persino le cicatrici hanno un significato: indicano che gli eventi che le hanno provocate non sono stati veramente assimilati, mostrano che il soggetto non ha compreso ciò che quegli eventi intendevano insegnargli. In questo caso, il rimedio è la riconciliazione con quegli eventi e l’apprendimento degli insegnamenti in essi contenuti.

    Ricorrendo al dizionario per tentare prima di identificare e poi di compensare gli squilibri interiori che stanno alla base dei malanni miei o di altre persone, mi accorgo che le cause interiori delle malattie possono essere identificate facilmente grazie alla simbologia intrinseca al corpo umano, una simbologia basata sulle funzioni degli organi e sulle ubicazioni delle disfunzioni nell’organismo, perché «il corpo è l’espressione visibile della coscienza» e «ogni parte del corpo e ogni organo corrisponde a un determinato contenuto psichico»: per esempio, la pelle rappresenta il confine fra l’individuo e il mondo e i disturbi che la interessano hanno a che vedere con la violazione di quel confine; i polmoni rappresentano la comunicazione con l’esterno (l’aria che entra ed esce dal corpo) e i disturbi che li interessano hanno a che vedere con la comunicazione; il cuore è la sede dei sentimenti e i disturbi che lo interessano hanno a che vedere con problematiche che si manifestano nella sfera affettiva.

   Quanto alla simbologia intrinseca al corpo umano, che può esser colta basandosi sulle funzioni degli organi e sulle ubicazioni delle disfunzioni nell’organismo, mi viene in mente Cristiano, un amico che è sempre stato in guerra col mondo e che non a caso soffre di una forma acuta di psoriasi. Da ragazzo, Cristiano era gracile e subiva le angherie di un gruppo di bulli mentre ora fa palestra ed è muscoloso come il buttafuori di una discoteca. Ogni volta che lo incontro non fa altro che parlare dei tempi della scuola e dei bulli che lo vessavano, rimarcando ossessivamente il fatto che ora quei bulli sono degli sfigati mentre lui è un uomo di successo e fa un lavoro fighissimo (è un affermato fotografo di moda).

     Mi viene in mente anche Monica, un’amica che soffre gravemente di miopia: non le ripeto sempre che è incapace di vedere il quadro generale? che ha la tendenza a concentrarsi sul particolare? a guardare le cose troppo da vicino? Quando legge o scrive, Monica tiene il foglio a mezzo centimetro dal naso. Nel considerare un problema, poi, si lascia distrarre dalle quisquilie e non è in grado di considerare la situazione nel suo insieme. Per guarire dalla miopia, Monica non potrebbe forse provare a mettere un pochino di distanza fra i suoi occhi e ciò che osserva, casomai facendo un passo indietro, anche metaforicamente, e sforzandosi di guardare le cose «da lontano»?

   In pratica, ogni malattia è di natura psicosomatica. «È genetico» dicono i medici in relazione a certi disturbi. Ora, la predisposizione genetica esiste sì, ma non a livello puramente fisico come normalmente si crede. Infatti, se ciò che si manifesta nel corpo, così come ciò che si manifesta al di fuori di esso, è un riflesso dell’interiorità dell’individuo, allora la pericolosità di un male dipende sempre dalla gravità dello squilibrio interiore che lo ha generato. La definizione di «malattia genetica» è dunque da riconsiderare e il ripresentarsi di determinati disturbi in individui appartenenti alla stessa famiglia sarebbe dovuto all’insorgere in questi individui di condizioni interiori e di problematiche esistenziali equivalenti, oltre che allo svilupparsi di convinzioni relative alle forti probabilità di essere colpiti da tali affezioni. È la materia (pure nel rispetto delle sue leggi chimiche e biologiche) che si adatta allo spirito, e non viceversa. E del resto quante tendenze un genitore trasmette al proprio figlio? Con quante fissazioni una madre «contagia» la propria figlia o un padre il proprio figlio? In anni di vita a stretto contatto, ai nostri figli trasmettiamo ciò che siamo, nel bene e nel male, nell’anima e nel corpo.

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Massimo Dallaglio

- Giornalista Ordine Nazionale Giornalisti Roma N° 111329 - Laurea in Sociologia Università di Bologna