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“Song to Song” – Terrence Malick

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“Song to Song” (2017) – Terrence Malick

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Guardare un film di Terrence Malick è un’esperienza che porta a vivere inevitabilmente un “mondo parallelo”. Un mondo dove il cinema riesce a raccontare il tutto e il suo contrario.

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Fra mille tematiche nella stessa sceneggiatura e dove si esplora la tensione con dolcezza tanto per fare un esempio.

Dalla guerra della sottile linea rossa ad un intreccio sentimentale e adesso ad una storia vissuta nel mondo della musica rock di Austin fra passione, lussuria e jet set ma sempre attraverso la dolcezza di un uomo e una donna due si conoscono nel mezzo della spocchiosita’ di una festa a bordo piscina.

E ancora avanti fra movimenti vorticosi di macchina da presa, campi lunghi sull’oceano e riprese in esterno nei giardini di ville sontuose hi-tech degne proprio di uno dei migliori produttori della musica rock di tendenza statunitense.

Mentre la voce fuori campo fa da contorno solo con frasi angeliche di riflessione e di poesia e il rock lascia spazio a musica sinfonica davanti ad un trionfo paesaggistico continuo fra interno ed esterno.

Song to Song

È la ricerca più totale di raccontare qualcosa in modo anticonvenzionale dove momenti di rabbia lasciano spazio a “silenzi carichi di significato” e dove anche la città più fredda viene mostrata nel modo più paradisiaco possibile dal volerci entrare fisicamente.

Ed è questa ricerca costante del bello e del trionfo estetico che rende Malick il più grande regista vivente dotato di quella stessa maniacale perfezione di Kubrick.

Sempre alla ricerca di ciò che bello e ciò che piace, anche nella scelta di dirigere gli attori più trendy dell’ultimo decennio come Ryan Gosling, Michael Fassbender e Natalie Portman per una volta parificati al servizio di un flusso narrativo dove la macchina da presa la fa sempre e comunque da padrone.

E dove il rock si tinge di poesia ed anche grandi nomi della tradizione come Iggy Pop, Patty Smith, Red Hot Chili Peppers e Johnny Rotten sono solo frammenti utili di pochi secondi come quadri di una galleria di classe eterna.

Un’impresa visiva e sensoriale come un’impresa poter recensire “Song to Song” in poche righe sperando di far passare emozioni di un cinema che ormai si può solo definire come “sovrannaturale”.

Magnifico come la settima arte merita. Come la settima arte richiede.

Simone Sollazzo

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Simone Sollazzo